Tutti i colori del Silenzio

Sunday, 1 March, 2009
CD
1 tracks
Wallace Records

Reviews

RockLab Daniele Guasco
Continua il processo che ha visto sempre più l’ex voce dei Can, Damo Suzuki, avvicinarsi al panorama musicale sperimentale italiano. Registrato dal vivo al circolo culturale Luogo Comune di Faenza, questa unica traccia da quasi cinquanta minuti vede partecipi artisti come Xabier Iriondo, Mattia Coletti, Diego Sapignoli e Andrea Belfi, i quali vanno a stendere un tappeto di note e atmosfere su cui la voce di Damo va a creare un flusso continuo dando alla musica un groove unico. Il vortice dinamico creato da Suzuki riesce così ad amalgamare i suoni in un blues ipnotico e incredibile, una corrente che cattura l’ascoltatore grazie a litanie e incursioni gutturali, improvvisi momenti ritmici in cui la voce si tramuta formando un continuum con le bellissime costruzioni degli altri strumenti. Scrivere che Damo Suzuki è un artista tanto difficile da inquadrare quanto unico nella sua espressione musicale non è certamente una novità, ma attraverso questo disco emergono quelli che sono i lati migliori del suo estro, della sua capacità inimitabile di essere lui stesso musica e ritmo. ‘Tutti i Colori del Silenzio’ riesce così non solo ad essere l’ennesimo capitolo del percorso di Damo Suzuki, ma riesce a fissare anche su disco il risultato dell’unione di questo talento con quello di alcuni dei più interessanti e creativi musicisti italiani, e questo basta per dire che un disco simile merita molto più di un semplice ascolto.
Sentireascoltare Filippo Bordignon
In questo quarto volume della collana Phonometak non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio split album come in passato, bensì al delirio di un uomo che ha fatto la storia. Quell’uomo risponde al nome di Damo Suzuki e credo non abbia bisogno né di presentazioni né di introduzioni. Nel 10” in questione divide il palco in due estratti live dapprima col Metak Network, poi nel lato B con gli Zu e l’onnipresente Iriondo. Nella versione made in SoundMetak del famigerato Network che accompagna ormai da tempo il vocalist nipponico sono della partita, oltre a Iriondo anche Mattia Coletti, Paolo Cantù e Alberto Morelli. Come dire, una grossa fetta dell’avant-rock italiano che accompagna con sfuriate e tempeste di chitarra o con elucubrazioni di oggetti + clarinetto + strumenti autocostruiti i vocalizzi luciferini di Suzuki. Che dal canto suo delira, strilla, pontifica come un santone in un deliquio ascetico rigorosamente in modalità improvvisativa. Lo stesso dicasi per l’altro lato del vinile, in cui le atmosfere si fanno insolitamente più rilassate, ipnotiche verrebbe da dire se non ci fossero di mezzo i tre di Ostia, capaci di tenere sempre alta la tensione. Qui Suzuki sembra tranquillizzarsi apparendo come un Tom Waits altrettanto rauco, ma molto più perso nel suo viaggio mistico/visionario, fino a quando prendono il sopravvento gli strumenti del trio+1, e allora è un paranoico finale quasi sludge tra percussioni free e barriti di chitarra e sax. La produzione un po’ troppo compressa penalizza la resa, ma trattandosi di esibizioni live rende perfettamente l’idea della magmatica resa degli ensemble e di quell’istrione che calca i palchi da svariate decadi
Kathodik Marco LoPrete
Il nome di Damo Suzuki si ricollega inevitabilmente ad uno dei più importanti act della psichedelia made in Germany, i Can. Kenji Suzuki (questo il vero nome del vocalist) entrò a far parte della formazione nata dall’incontro tra Holger Czukay, geniale chitarrista di origine polacca, e il tastierista Irmin Schmidt dopo la defezione di Malcom Mooney, primo cantante della band. Giusto in tempo, insomma, per registrare quell’autentica pietra miliare della storia della musica rock che è “Tago Mago” (1971). Un paio di album-capolavoro più tardi (“Ege Bamayasi” del ’72 e “Future Days” del ‘73), Suzuki abbandonò i compagni d’avventura per seguire la propria vocazione di testimone di Geova. Dopo un decennio di assenza dalle scene, ricomparve negli space rockers Dunkelziffer, coi quali registrò l’LP “In The Night” (1984). Il passo successivo fu la nascita, due anni più tardi, della Damo Suzuki Band, con il batterista Jaki Liebezeit (ex Can), il chitarrista Dominik von Senger ed il tastierista Matthias Keul. Il Damo Suzuki’s Network è l’ultimo parto della mente del geniale musicista nipponico. Del combo fanno parte Diego Sapignoli (batteria e percussioni), Andrea Belfi (elettronica), Mattia Coletti (chitarra elettrica) e Xabier Iriondo (chitarra elettrica e mahai metak, un bizzarro strumento elettrico fatto di legno, metallo e componenti elettroniche). “Tutti I Colori Del Silenzio” è l’LP di debutto del gruppo, dopo un primo tentativo rappresentato da una facciata a loro interamente dedicata nel quarto volume della collana Phonometak della Wallace Records. Ed il risultato è sicuramente all’altezza delle aspettative: un’unica suite psichedelica di quasi cinquanta minuti (per altro registrata dal vivo, al circolo culturale “Luogo Comune” di Faenza), caratterizzata da un lungo monologo di Suzuki (che spesso indulge in un registro gutturale degno di Tom Waits) e da dissonanze chitarristiche, rumorismi elettronici e spunti decisamente groovy (non mancano, infatti, neppure inflessioni hip hop e funk). Insomma, un tentativo di creare una “musica totale”, capace di trascendere i confini di genere e di far fluire segni di varia provenienza in un unico, magmatico flusso. Un disco non facile, ovviamente: ma gli amanti della sperimentazione ci sguazzeranno felici per molto tempo.