Padania

Domenica, 1 Aprile, 2012
CD/2xLp
15 tracks
Germi, Black Candy Records

Recensioni

Ondarock Claudio Lancia
Milano è sempre stata al centro delle composizioni degli Afterhours, è entrata nei titoli di alcune canzoni ("Milano circonvallazione esterna") e persino di un album ("I milanesi ammazzano il sabato"). Ma stavolta la Padania (nella quale Milano riveste il ruolo di motore proattivo), più che come luogo geografico, è da intendersi come situazione della mente. Immerso in una quotidianità iper-frenetica, il "padano" che è in ognuno di noi si lascia prendere dalla stressante rincorsa verso traguardi personali e professionali sempre più elevati, e sempre più effimeri, perdendo il contatto con la realtà e con la propria stessa essenza, arrivando persino a spersonalizzarsi. Questo è l'argomento portante di una sorta di snello concept album che, senza ambire alle magniloquenze di certo rock anni 70, segna il ritorno della band di Manuel Agnelli dopo quattro anni. Quattro anni popolati da un'apparizione sanremese (affrontata senza snaturarsi), dal progetto "Il paese è reale" (che ha confermato Manuel come sensibile mecenate della scena alternativa nazionale), da importanti esordi solisti (Dell'Era) e da side project assortiti (in particolare Iriondo), da fitte collaborazioni (Twilight Singers, Damo Suzuki, Mina) e numerosi concerti sia in Italia sia all'estero. Proprio gli ultimi due tour estivi, concepiti senza lo stress di dover promozionare nuove produzioni, avevano sancito il rientro sul palco del chitarrista storico Xabier Iriondo, uscito all'indomani della pubblicazione di "Non è per sempre": un ritorno acclamato dai fan, ma soprattutto una presenza che si fa sentire chiara e forte all'interno del nuovo disco. In cabina di regia, accanto alla band, si è mosso di nuovo con disinvoltura il fuoriclasse Tommaso Colliva. Per l'immagine di copertina è stata scelta l'istantanea di un cancello aperto sul nulla: una pozzanghera, la neve, la nebbia, tutto molto freddo, imbiancato, lo scenario della Padania, oggi. Non sappiamo se fosse intento di Agnelli collegare il titolo dell'album a certe vicissitudini politiche. Certo è che alcuni testi risultano pregni di sguardi preoccupati e disillusi sullo scenario contingente, e i recenti imbarazzanti scandali che hanno gettato nel ridicolo la Lega Nord sono giunti a fagiolo per rendere il risultato finale ancor più di grande attualità. L'uscita di "Padania", ultimato già da qualche mese, avviene all'indomani di un viaggio negli Stati Uniti cha ha consentito alla band di tornare ad esibirsi in locali di piccole dimensioni, riscoprendo quel contatto con il pubblico più diretto e più vero. Inoltre si è consumata l'emozione di fare delle session in studi di fama consolidata, come gli Electric Audio di Steve Albini a Chicago. Alla fine del "Jack On Tour" è stato realizzato un documentario a puntate, programmato su un canale satellitare, e un disco ("Meet Some Freaks On Route 66") con sette pezzi del proprio repertorio, riarrangiati per l'occasione, con l'aggiunta di una cover ("Dolphins") interpretata assieme ai Majakovich. "Padania" è figlio di idee sviluppate singolarmente dai singoli componenti del gruppo, è il riflesso della varie anime che ne fanno parte - elemento che però non ne mina in alcun modo l'omogeneità. Anzi, essere il centro focale di tanti elementi creativi è un surplus che pochissimi altri al mondo possono permettersi, soprattutto nell'attuale formazione, forse la migliore di sempre degli Afterhours. Proprio grazie ai continui cambi di line-up (quindi attraverso il periodico innesto di forze fresche e motivate) la band è riuscita nel tempo a garantirsi sempre standard elevati, novità stilistiche e brillantezza di risultati. Su "Padania" c'è la prima volta del violinista e multistrumentista Rodrigo D'Erasmo, che finalmente riesce a liberarsi dall'ingombrante confronto con Dario Ciffo e non fa rimpiangere la dipartita del troppo invadente (dal punto di vista degli arrangiamenti) Enrico Gabrielli. Un Gabrielli che, per inciso, collabora qui in un paio di tracce. D'Erasmo, rodato da tre anni di intensa attività live col gruppo, si sta ritagliando uno spazio importante: Agnelli gli concede grande libertà di espressione, lasciandogli non solo la responsabilità della breve "Iceberg", ma consentendogli di essere presente un po' ovunque con i suoni del violino, spesso distorto. C'è la seconda volta di Roberto Dell'Era, estroso bassista dotato anche di voce interessante, fresco d'apprezzato esordio solista con "Colonna sonora originale". C'è la terza volta di Giorgio Ciccarelli, chitarrista oscuro ma indispensabile, di quelli che fanno il lavoro meno appariscente, una sorta di mediano del palco. Un mediano comunque di lusso, visto che dopo Agnelli è il principale compositore della premiata ditta. C'è la conferma di Giorgio Prette alla batteria, ed il già citato rientro di Xabier Iriondo. La selezione parte con il brano che non t'aspetti: gli archi disegnano il contesto di riferimento, sul quale s'innesta la voce di Agnelli, da subito alla ricerca di soluzioni diverse rispetto al passato. Dopo due minuti e mezzo la prima esplosione collettiva. Non poteva esserci inizio migliore per tutti i fan che si attendevano sia conferme che novità da questi solchi, un incipit intenso con Manuel che vocalizza ispirandosi apertamente a Demetrio Stratos (anche se in recenti interviste ha affermato di guardare più a Diamanda Galas). "Metamorfosi" delinea dalle prime note quell'atmosfera di sana ricerca e sperimentazione che permeerà gran parte delle quindici tracce qui contenute. Poi arrivano le chitarre, poco lineari, piacevolmente imprevedibili: "Terra di nessuno" è una canzone che trabocca di suoni, quasi non in grado di contenerli tutti, straripante. Già metabolizzata l'elettricamente vibrante "La tempesta è in arrivo", concessa come colonna sonora per la fiction Sky sulla mala del Brenta "Faccia d'angelo", con protagonista Elio Germano. "Costruire per distruggere" (il brano più politico del lotto) è il capolavoro che quasi non ci si aspettava più da una band che in troppi consideravano appagata e ripiegata su se stessa, una ballad tutt'altro che convenzionale che mostra a tutti quanto gli Afterhours vogliano costruire grandi canzoni senza concedere un solo centimetro ai compromessi (e la storia si ripresenterà in "Ci sarà una bella luce", dalla vaghe venature bluesy, con le tipiche scattosità di Iriondo). Più furbette (ma tutt'altro che banali) "Nostro anche se ci fa male" e la conclusiva "La terra promessa si scioglie di colpo" (un barlume di speranza che affiora sul finale della tracklist), tanto per confermarsi le attenzioni del pubblico femminile attraverso quelle grandi ballate ricche di una scrittura che si è fatta meno criptica, più accessibile ma senza mai scadere nel banale. "Fosforo e blu" (la più valida erede di "Dea" e "Germi") ha la forza di mettere in riga stuoli di giovani (e meno giovani...) band urlanti, ma anche "Spreca una vita", "Giù nei tuoi occhi" e "Io so chi sono" si dimostrano urticanti a sufficienza: tripudio assoluto. I due "Messaggi Promozionali" sono intermezzi che ironizzano sul potere di convincimento degli spot televisivi, pronti a dimostrare come da un'improvvisazione di pochi secondi possa nascere una traccia in grado di vivere di vita propria. La title track la ascoltiamo già da qualche giorno, è andata rapidamente affermandosi (così come l'altra anticipazione "La tempesta è in arrivo") come instant classic della band, con quei sapori acustici (torniamo a "Quello che non c'è"?) sempre pronti a deflagrare da un momento all'altro.A conti fatti, "Padania" si dimostra un disco di meraviglioso pop obliquo, di maestoso rock alternativo, di feroce critica al sistema, di riflessioni mature, un disco indipendente, solido, forte, sicuro, coeso, un disco che vuole stupire, a tratti davvero coraggioso, alla faccia di chi professa da anni la morte di questo formato.
Distorsioni Valentina Loretelli
È che agli Afterhours proprio non riesce fare quello che fanno tutti. Forse ci hanno pure provato in passato, ma alla fine, se si risulta destinati ad essere pericolosi, conviene accettare questa natura. E guidati da una simile consapevolezza, prendere posizione innanzi agli pseudointellettuali in uniforme, provando a demistificarli partendo, per esempio, da tre semplici mosse: l’originalità del proprio lavoro, il coraggio di pensare che quel che si fa merita quanto più spazio e visibilità possibili, che l’elite e ogni forma di snobismo sono ridicole quanto inutili a qualsiasi minimo cambiamento. Questi sono i fatti e non gli inni rivoluzionari. “Padania” descrive uno stato d’animo interiore: l’ansia da prestazione di chi insegue un sogno di realizzazione e potere inesistente, lottando con ogni mezzo per deviare il corso della sorte e riuscendo a vincere tutte le battaglie prefissate, pagando pegno, però, con la propria identità. Nascono così inquietudini metastatiche che allontanano dalle esigenze effettive, quelle dettate dalla sensibilità individuale. Un concept album sulla tensione, emotiva e stilistica, quella che lega i brani e suggerisce una storia vera compiuta, nell’epoca del nozionismo da quiz preserale e dell’mp3 usa e getta. Un modo per togliere il monopolio iconografico del termine Padania a chi l’ha reso associabile a qualcosa di squallido, una specie di atto Futurista. Così come avveniristico è diventato il modo di vocalizzare di Manuel Agnelli, quasi totalmente inedito, secondo l’altro filo rosso intersecato tra i pezzi, ovvero il dialogo stabilito tra le altre voci e tra i suoni stessi: si avverte tutta la sperimentazione teatrale del tour passato e quella nell’America dei Flaming Lips, con passaggi quasi recitati, la voce che si fa strumento e il ritorno in pianta stabile di Xabier Iriondo reduce da svariatissime collaborazioni in ambito avanguardistico (tra cui A Short Apnea, Tasaday, Uncode Duello, Damo Suzuki, The Shipwreck Bag Show). I testi recano il marchio d.o.c. Agnelli, capaci sempre di raccontare le due parti della medaglia, istintivi e strutturalmente solidi insieme, lucidi, provocatori, beffardi ma non per questo ripiegati nel cinismo fine a se stesso, carichi di forza che ti mette con le spalle al muro, quella di chi guarda la realtà onestamente in faccia e i suoi effetti sulle relazioni, non più solo sull’ego. In particolare la potentissima Metamorfosi, il gioco colloquiale in Terra di nessuno, le spiazzanti Ci sarà una bella luce e Io so chi sono fino ad arrivare alla lacerazione di Nostro anche se ci fa male e La terra promessa si scioglie di colpo. Ma nessuna descrizione vale più dell’ascolto di questo disco che prova a ricordarci cos’è il rock, l’inatteso, l’insicuro contrapposto all’estinzione della personale percezione come guida nell’esperienza, a favore di un orientamento immediatamente individuabile e prevedibile perché non più legato al gusto (quindi qualcosa che ha una variante istintiva anche insospettata), ma al proprio status. Che si sa, non deve mai ammettere di aver fallito, pena l’esclusione dalla dittatura.