Mantic

Sabato, 1 Dicembre, 2012
CD
13 tracks
Phonometak Labs

Recensioni

Kathodik Marco Carcasi
Istintiva, notturna. Di suggestiva tensione ed umide screpolature, d'intonaco calcinoso. Ondeggiar costante, fra lo scatto e l'arresto meditabondo. Grazia animale esposta, dove mai, è troppo consigliato, avvicinarsi alle fauci digrignanti. Di melodie, sussurrate/accennate e repentine intromissioni/saetta, granulose e appuntite. Una trama fitta di segnali morse, fra Europ, un oriente immaginato e qualche richiamo ornitologico. Impro di base, con il sax che sbuffa ricordi jazz, mentre il resto gioca con i detriti circostanti. Che fra post e l'artiglio rumore, l'importante è afferrar quella sottile linea filmica, esposta/eseguita a pupille rovesciate. Bianco, bianco, ed un rintocco metallico in lontananza (Lone Cruiser). Una stazione isolata e sperduta, attendendo un treno, che sai non passerà, la foresta a portata di sguardo che t'ignora (Tale To Be Told). Corde metalliche che sanno di memoria, di scarto, pulviscolo metallico arrugginito, dimenticato. Blues, l'odore lontano. E sabbia desertica nelle pelli percosse (Multiple). Rattrappimenti rumorosi (Unframed Mirror), statici e frementi (Mantic). Un brivido di Woyzeck, ripreso di spalle. Buona la prima! Urla qualcuno, in un silenzio attonito. Ed un poi, che loro diranno.
Sounds Behind the Corner Nicola Tenani
Produzioni centellinate per sinfonie concettualmente astratte, PhonoMetak nella seconda parte del 2012 in corso piazza un album dai grandi bianco/neri optical ed avanguardisti, un album che possiamo azzardare neo-futurista per la poetica noise del rumore, il fraseggio volatile del messaggio intrinseco, la materia bucata e traforata da pallottole sonore che nella ricerca armonica trovano la base di partenza per nuove nuvole, di tutti i colori, tonde o spigolose, astratte, caotiche, perfette a tratti. Xabier Iriondo l’abbiamo conosciuto nel fondersi con Gianni Mimmo nella roccia della Chiesa paleocristiana di Matera, segnale del valore assoluto che la materia richiede nella composizione del musicista d’origine basca, la materia silente chiede subliminale una forma concettualmente pura, senza contaminazioni anche intellettuali ed Iriondo risponde con questa nuova versione della sua arte, assieme ancora all’amico Mimmo, fedele soprano d’ancia al sax e la coppia si vuole sinergica con le percussioni di Cristiano Calcagnile, sperimentale nell’opera percussiva anche in casa Amirani. Ora se volete ‘osare’ assieme a noi, un’avanguardia nera vi attende ma non vedete il nero come l’assenza dei colori ma come il riflesso sul quale il colore incide, riflette catturato e catene avrete nelle tredici tracce di “Mantic”, catene d’acciaio morbido per non ferire ma trattenere, nessuna schiavitù se voi non la vorrete ma catene devono esserci in partenza per darvi la gioia di spezzarle (mentalmente…) durante l’ascolto. La percezione introduttiva, “Shape Of Thing To Come”, è quella di una sorde implosione inizialmente cauta, un’esplorazione meticolosa e moderata all’interno di nuovi territori della creatività del trio, esplorazione doverosa ed iniziatica: saranno brani come “”Tale To Be Told” ad iniziare il complicato fraseggio tra il sax (inseparabilmente acuto di Gianni Mimmo) con le fusioni sperimentali della batteria e tutta la gamma di strumenti impiegati da Iriondo (affascinante tra i tanti il taisho koto, cordofono delle famiglia delle cetre cugino strettissimo dello zheng cinese impiegato, tra i tanti, da Lisa Gerrard con i Dead Can Dance). Da qui nasce la nuova arte, si formano immagini e suoni, materia fluttuante anche spigolosa per solitudini condivise e creative, una lunga traccia regno di individualismi che s’incontrano, totalmente liberi di esistere soprattutto nel veloce finale in cui gli strumenti imperano con orgoglio, enfasi fertile di menti intelligenti e pulsanti. Incedere martellante per “Multiple”, traccia stupenda e cinematica, ispirata anche per coreografie contemporanee di danza, costruita tra ossessioni e bambagie soniche, una parentesi quasi studiata nel contenere un brodo creativo che esplode nelle abrasioni di “Unframed Mirror”, glitchata grazie a toni vetrosi, sabbie silicee e sonore che celano la realtà sotto la coltre del tempo, testimonianze attuali del segreto dell’arte che s’innova, contemplata dall’Uomo in attesa di scintille che giungono se cercate nel nuovo. Un album per esplorare e riflettere, cose preziose e rare oggi…
Music on Tnt Loris Gualdi
Mistaking Monks è il nuovo folle side project di Mr. Iriondo, questa volta alle prese con sonorità noise, semplicemente armate di pelli, sax, mahai metack, taisho koto ed elettronica. La nuova release arriva (ovviamente) dall’officina Phonometak Labs, pertanto, viste le premesse, non potete che attendervi un mondo libero da ogni schema. Il disco, felicemente ispirato dalle parole di Giorgio Agamben, riprende il brano filosoficoChe cosa è il contemporaneo? e racchiude una serie di infinite e sconvolte analisi equilibrate, per le quali questa concettualità dell’oggi pone la triade Calcagnile-Iriondo-Mimmo al punto di partenza da cui ha inizio il viaggio tra le 13 composizioni. Tracce sonore in cui ritroviamo la tenebra filologica accanto ad un attento sguardo sul nostro tempo ed un ampio coraggio compositivo, che nella sua totale disomogeneità determina un infinito numero di elementi incastrati tra loro come un artistico papier collage. L’insania impavida e la forza eterea dell’osare è ben rappresentata dalla cover art stessa, stranita e metaforica, tanto quanto l’arte filmica del Blow up di Antonioni, in cui tutto poteva rappresentare epifanie occulte. Da questo simbolismo espositivo avanzano le note per palati fini delle iniziatiche micro-composizioni di questo Mantic, aperto dalla sensazione graffiata e disorientante di Shape of things to come, la cui visuale è ampliata dalla seguente Landscape and its meaning, posata e descrittiva tanto da rallentare in maniera naturale il sassofono soprano, appoggiato su di un sottile tappeto scenografico in cui in drum set si fonde ad un inatteso e cupo fade out terminale. I movimenti improvvisi e disaccordi di So close so far, aprono la strada alla lunga composizione Tale to be told, una vera e propria suite, in cui l’urgenza narrativa vive di stranite e varianti sensazioni. Si percepisce una sorta di controllato isterismo noise al fianco dello sviluppo orrorifico, specchio della nostra quotidianità, resa blandamente surreale dai momenti space. Gli accenni improvvisi si appoggiano inoltre agli accenti sonori, capaci di alternare inquiete note sepolcrali, alle luci naturalistiche ben costruite alle pendici di un inevitabile incontro tra classicismo ed avanguardia. Una serie di infinite sensazioni amalgamate in una storia fatta di molteplici immagini ipnagogiche, spesso sfocate e lisergiche. A bilanciare il costrutto della traccia ci pensa poi la brevità di Antenna revelation e la strutturazione aperta di Lone cruiser, per poi dipanarsi sulle direzioni più composte di Multiple, che, pur lasciando spazio alle armonie, non manca di accenni rumoristici, proprio come accade nella titletrack. Infatti, proprio in quest’ultima traccia, il climatico sound iniziale forma un principio di attesa misterica, che si evolve verso le sonorità chiare del sax, inquinato da un’industriale attitudine sonica. A chiudere questo nuovo capitolo Phonometak sono poi le strutture sine compromissione espresse dal noise temperato di Time and its palindrome e la tempesta di vento mostrata in The longing streams, traccia di chiusura semplicemente in grado di aprire definitivamente il nostro orecchio a suoni arditi, specchi opachi di una pittura surrealistica e al contempo futuristica. Un disco pertanto dinamico (e di nicchia), percepito al meglio con i molti ascolti, che permetteranno all’ascoltatore di definire con chiarezza la strada maestra caratterizzata da infinite sfaccettature legate alla contemporaneità.