Irrintzi

Sabato, 1 Dicembre, 2012
2xLP
9 tracks
Wallace Records, Phonometak Labs, Long Song Records, Santeria, Brigadisco, Paintvox

XABIER IRIONDO - Irrintzi by xabier iriondo

Recensioni

Storia della Musica Marco Blasio
L’Iriondo prodigo. Quello che lavora nell’ombra e tesse uno, dieci, cento fili, una ragnatela, un insieme di ragnatele. Dove passa lui, non crescerà più l’erba ma, in compenso, fioriscono le collaborazioni. Produce, suona e scrive con tutti: (Damo Su)Zu(ki), gli OvO, ?aloS. Ritorna dopo più di dieci anni in seno alla band madre, finita in mezzo ad una terribile secca creativa con la pubblicazione del pessimo “I milanesi ammazzano il sabato”, ed ecco che (ri)nasce la poetica sgraziata, maligna, dissonante dei primi Afterhours, cullata peraltro da una maturità espressiva che prima veniva difficile riscontrare. Poi arriva il disco solista, primo in una carriera ventennale (!), quell’”Irrintzi” che è omaggio alla cultura basca di provenienza, omaggio alle pietre miliari degli ascolti della propria adolescenza – e non solo, immaginiamo… –, omaggio ai finti ossequianti che fintamente omaggeranno a loro volta ciò che non può essere omaggiato: un doppio vinile che accoglie, da un lato, quattro brani originali, e dall’altro lascia sprigionarsi cinque cover che sono manifesto di sfrontatezza, vitalità, integrità intellettuale ed artistica. Descrivere, già… ma cosa descrivere, nello specifico? Ad ogni brano Xabier lega indissolubilmente una cartolina: un’immagine, una riduzione visiva della complessità strategica emanata a tratti, evocata più spesso da “Irrintzi”. E finisce che le “cover” non siano poi davvero cover, tale è il livello di imbruttimento e destrutturazione alla quale sono condotte, come agnelli (giochino…) al macello. Il solo groove incandescente di “The Hammer”, spettacolare sintesi dello spirito Motörhead che chiudeva l’ispiratissimo “Ace Of Spades” del lontano 1980, si rende immediatamente e tangibilmente riconoscibile, nonostante il rimbombare di sorde percussioni e l’assaltare di poltiglia noise monti sul ringhio sacrale della sempre impeccabile Stefania Pedretti, chiamata – assieme al provvidenziale Bruno Dorella – ad incarnare il non semplice ruolo di Lemmy della situazione. In molti casi la scelta delle reinterpretazioni, che in mano d’altri potrebbe aspirare al più a lambire il vasto oceano del weirdismo, assume connotati assai più sfumati e disturbanti. “Cold Turkey” è John Lennon di seconda fascia e di pregiata annata, misconosciuto ai più perché dolorosamente (o sarcasticamente? Le sfaccettature del testo sono variamente interpretabili…) alle prese con la propria disintossicazione dall’eroina: dal rehab fisico alla saturazione sonora, che gira su di un acido perno di chitarra iterato con melodia r’n’r e insistenza kraut, sino al dissolversi di strofe e ritornelli nel clangore conclusivo. “Reason To Believe”, da “Nebraska” di Bruce Springsteen, muta l’acustica americana in ossessivo gancio industrial sul quale veleggia paradossalmente la voce filtrata, di velluto, di Paolo Saporiti (al quale, bene sottolinearlo, Iriondo ha curato gli arrangiamenti per il recente “L’Ultimo Ricatto”). Battono pizzicori elettronici e macchine da scrivere nel recital pirandelliano di “Preferirei Piuttosto Gente Per Bene Gente Per Male”, accostabile inizialmente agli inquietanti monologhi a briglia sciolta di certi, ultimi Mariposa: salta poi fuori che il pezzo è un mash-up tra una criptica scheggia di dadà controculturale italiano (“Preferirei Piuttosto” di Francesco Currà, da “Rapsodia Meccanica” del 1976) e uno degli episodi più luminosi del cantautorato nazionalpopolare (“Gente per bene e gente per male” di Battisti, da “Il Mio Canto Libero” del 1972). “Itziar En Semea” è, infine, folk basco trasformato in colonna sonora di attivismo politico dagli antifranchisti Pantxo Eta Peio, e qui maciullato in pruriginoso noise catacombale. La verità? Un suicidio così oculatamente pensato, pilotato, concretizzato, un ceffone così esplicito a certa, estetizzante facciata “musicale” (perché di bicchieri vuoti e bicchieri rotti stiamo, frippianamente, parlando) mancava in Italia da vent’anni, da quando i Rifiuti Solidi Urbani utilizzarono gli stessi studi di registrazione di Elio e le Storie Tese per coniugare poetica industrial a pesantezza grindcore, techno svalvolata e rasoiate metalliche in un esordio, omonimo, tuttora insuperabile. Si era, nel 1994, sopra di una faglia che prometteva dissesto, culturale ancor prima che sociale. “Irrintzi”, nel 2012, cerca di ricreare il medesimo ambiente, variando però bersagli e munizioni, come bene dipingono i quattro inediti. “Gernika Eta Bermeo” è la presa di coscienza politica, il resoconto in basco del padre di Iriondo sul bombardamento di Guernica frastagliato da archi free jazz in sospensione e manipolazione di nerissimi loop lynchiani. La title-track si muove su di una linea melodica (?) asciugata sullo schema dei quattro accordi e mandata in pezzi da bordate glitch, divagazioni elettroniche, ruggenti distorsioni vocali. La percussività di “Elektraren Aurreskua”, composizione di particolarismo folk fuori tempo massimo tra fischi selvaggi e cornamuse, si distende infine nel capolavoro di “Il Cielo Sfondato”, che fa ricamare surreali sentimentalismi per sax ed elaborati assoli di chitarra (impressionante, ancora oggi, la creatività di Paolo Tofani degli Area) sull’ordito arpeggiato di uno scheletrico, magnetico bordone di fondo, performato da uno speciale strumento indiano, lo Shahi Baaja. Impossibile arrivare compiutamente e definitivamente a capo di “Irrintzi”, un libro di testo che fa corrispondere un corollario per brano e si presta a scatenare una ridda irrefrenabile di quesiti intorno a curiosità in merito, un po’ come accadeva per le avanguardie di metà secolo scorso, o per gli sperimentalismi degli anni ’70: pregio insolito per un disco e sempre più raro nella musica tout court. Piacerà o non piacerà, dipenderà molto dal gusto specifico dell’ascoltatore. Nel mentre, siamo fieri di dire che è: e, come tale, si dovrà necessariamente affrontare.
Oubliette Magazine Emanuele Bertola
Bastano un nome e un cognome per avere l’assoluta certezza che non si sta parlando di musica spicciola, e per sentire di doversi mettere comodi, staccare il telefono e prestare seriamente attenzione. Il nome e il cognome sono quelli di Xabier Iriondo, istrionico chitarrista italo-basco dei migliori Afterhours, ma soprattutto artista eclettico e votato da sempre a tutto ciò che è anticonvenzionale, amante di tutto quel che rompe gli schemi e che trasforma il semplice ascolto della musica in un’esperienza unica. La sperimentazione è il sentiero che Xabier segue da sempre, da quando – forse in cerca di nuovi confini – ha iniziato a costruire strumenti musicali nuovi e particolari, e ancora oggi, passati ormai i 20 anni di carriera, non accenna a deviare verso strade più usuali, nè tantomeno lascia trasparire tracce di cedimenti o tratti dissestati per quel che riguarda l’ispirazione, limpida e cristallina anche quando si avventura in territori sporchi per definizione. Insomma, Xabier è un po’ come un vecchio amico che gira il mondo ed ogni volta che fa ritorno dai suoi viaggi (fisici, mentali o spirituali che siano) in compagnia di amici sempre diversi, svuota lo zaino regalando musica nuova, ricca di fascino e sonorità particolari, e la sua ultima fatica non fa certo eccezione… Anche in questa occasione il chitarrista è di ritorno da luoghi finora inesplorati, porta con sé una sacca rigonfia ed è pronto a svuotarla sul piatto, sotto la quasi impercettibile pressione della puntina del giradischi. Per la prima volta però Xabier si presenta da solo, con un album di debutto ufficiale da solista in un contesto particolarmente significativo, perché arriva proprio nel momento in cui il nome di Iriondo è ritornato a comparire nella formazione degli Afterhours, abbandonati agli inizi degli anni 2000 e ripresi dopo un decennio intero in cui i fan hanno atteso invano un esordio solista, dapprima dal vivo nella tournèe del 2010 e poi in “Padania“, l’ultimo album della formazione milanese (che non a caso si è dimostrato una perla di sperimentazione musicale come poche). Non è però soltanto il contesto di nascita dell’album, seppur abbastanza strano ed a tratti paradossale, a tenere banco, ma soprattutto la classe di Xabier, la sua musica mai scontata e una spinta creativa davvero enorme. È così, tra nuovi esperimenti sonori e ombre del passato che Iriondo decide di accendere la miccia di “Irrintzi“, disco composto da 9 tracce e stampato in doppio vinile che pesca il titolo dai paesi baschi: “Irrintzi”, infatti, è l’espressione di un urlo di gioia tipico del popolo di quella regione e allo stesso tempo il nome di uno dei gruppi armati colpevole di atti di terrorismo in nome dell’indipendenza basca. Le due facce della medaglia di un intero popolo, tradizione e rivoluzione, felicità e lotta, guerra e pace se vogliamo, prendono vita lungo i circa 40 minuti del disco, alternandosi ed accostandosi fin dalla partenza, affidata a “Elektraren Aurreskua”, folk di secolare memoria sporcato da incursioni sintetiche e impreziosito da cori, rumori e voci di bambini in sottofondo. A seguire, senza interruzioni, arriva prepotente la title-track, un noise-rock da risvegliare i morti, sparato a mille all’ora per un contrasto che chiude l’incipit: musiche e suoni di un passato remoto che si mescolano con sonorità moderne, il vecchio e il nuovo a confronto diretto, la tranquillità e la rabbia a stretto contatto sono l’inizio, la fine e l’essenza dell’intero album, in cui Iriondo esprime tutto sè stesso come forse mai prima d’ora. Quasi come trasportati dalle note ci si ritrova in una dimensione eterea in cui l’ispirazione di Xabier può muoversi senza alcun limite e alcuna restrizione, rimbalzando tra generi in apparenza inconciliabili, prendendo spunto da ogni cosa intorno: tracce di rock classico, spolverate di noise, attimi di psichedelia e avanguardia, riff da metalcore e riverberi kraut, e poi ispirazioni, citazioni, cover, Battisti, Springsteen e i Motorhead che riecheggiano ed altro ancora, tutto raccolto e gettato nel calderone da Xabier, che come un coniglio dal cilindro ne estrae pezzi splendidi, che alternano atmosfere sognanti e idilli sonori a vere e proprie bombe musicali. Bombe sulle quali l’artista non risparmia id appoggiare critiche sociali e richiami a sentimenti rivoluzionari. Si passa così per la straniante “Il cielo sfondato” e per “Gernika eta Bermeo”, rievocazione della strage di Guernica raccontata dalla voce di Karmel Iriondo, padre di Xabier nonché testimone oculare di quella terribile vicenda, che chiude il primo vinile tra le vibrazioni dei Synth. Giusto il tempo di cambiare disco e si riparte a cannone tra cover rielaborate e sperimentazione, con “Reason to believe” che prende Springsteen e lo rivolta dalla fodera interna a forza di vibrazioni noise, e poi “Preferirei Piuttosto Gente per Bene che Gente per Male“, critica socio-culturale secca e senza peli sulla lingua, fino a “The hammer”, che afferra Lemmy e i Motorhead e preme l’acceleratore noise fino allo spasmo. A chiudere l’album ci sono i due volti della rivoluzione, quello rabbioso di “Itziar en Semea”, un canto anti-franchista colpito con martellate sintetiche pesanti, e quello più intellettuale di “Cold turkey”, psichedelico richiamo al Lennon solista impreziosito dai ritrovati compagni negli Afterhours. Quella degli After non è l’unica partecipazione illustre, per l’occasione Iriondo ha chiamato a sè vecchi amici e musicisti del calibro di Gianni Mimmo e Gaizka Sarrasola, e persino alcuni componenti di Area e Starfuckers, e il risultato non avrebbe potuto essere migliore. Si possono provare a spiegare le canzoni, si può provare ad incastonare ogni brano in una precisa dimensione, in un genere o in una particolare corrente artistica, si può provare a dare una collocazione all’intero album. Si può provare, certo, ma a volte – e questa è una di quelle – non ci si può riuscire. Non è certo con qualche centinaio di parole che si può riassumere il “debutto” di Xabier Iriondo, perché la verità è che “Irrintzi” è un granitico blocco di genialità in musica, l’espressione completa e inscindibile del significato dell’espressione “sperimentazione musicale“, un mix di cuore, passione, ricordo del vecchio ed eterna ricerca del nuovo che colpisce forte e non si dimentica. Un’opera gigantesca.
Buscadero
L’instancabile XABIER IRIONDO – non basterebbero queste due pagine per tener conto di tutte le band e di tutte le collaborazioni a cui ha preso parte – non contento di essere ormai tornato a tempo pieno negli Afterhours e di avere appena pubblicato un 10? col compagno di tante avventure Paolo Cantù, esordisce col suo primo, vero e proprio album intestato a suo nome. Irrinizi- che in basco, sua terra d’origine, rappresenta un urio stridente, sonoro e prolungato – è un lussuoso doppio LP con due facciate incise e due serigrafate sul vinile. Ad accompagnarlo, amici vecchi e nuovi, da alcuni Afterhours (Agnelli, Prette, Dell’Era) a Roberto Bertacchini, da Paolo Tofani degli Area al due OvO. per arrivare al sassofonista Gianni Mimmo, a Cristian Calcagnile, al musicista basco Gaizka Sarrasola. In quasi egual misura specchio del suo essere musicista rock e di ricerca. Irrintzi è un continuo turbinio di creatività, sperimentazione, ripulsa delle soluzioni più ovvie. E così Elektraren Aurreskua è una sorta di etno-popular music dove si mescolano voci, suoni, field recordings, la titletrack un parossistico rock pulsante, come dei Sukzide mai cosi kraut, resi folli dalle anfetamine, ll Cielo Sfondato un acid-rock screziato da intromissioni free ed indiane. In Gernika Eta Bermeoo, una voce ricorda il bombardamento di Guernica. assecondata dalle sciabolate e dal suoni che come in un film scorrono sotto di essa, soluzione che ritorna in parte nell’invettiva di Preferirei Piuttosto Gente per Bene Gente per Male. The Hammer è potentissima e agghiacciante (in compagnia di Dorella e Pedretti degli OvO), mentre Itziar En Semea è tutta un fiorir di sibili. Rimane da dire delle due cover in scaletta: una Reason To Believe trasformata in un macilento grumo d’elettricità ed una Cold Turkey strepitosa, resa in maniera più classicamente rock.