Endimione

Lunedì, 1 Ottobre, 2012
LP
8 tracks
Brigadisco

Recensioni

Shiver Beatrice Pagni
”Le idee che ho le invento soffrendole io stesso, passo passo, io scrivo soltanto ciò che ho sofferto punto per punto in tutto il mio corpo, quello che ho scritto l’ho sempre trovato attraverso tormenti dell’anima e del corpo”, così sosteneva quel genio folle di Artaud in una lettera allo scrittore Paulhan nel lontano 1945. Oggi quella sofferenza diviene punto di partenza e linfa vitale per un progetto musicale fuori da ogni schema ad opera di due menti versatili e innovative, già dedite alla sperimentazione più estrema. Uscito su Brigadisco lo scorso 15 ottobre, Endimione, nuovo 12 pollici firmato ?Alos (protagonista con Bruno Dorella del percorso OvO e fondatrice del progetto ALLUN) e Xabier Iriondo, non è solamente un disco, non si limita ad essere musica. “Endimione” è carne che brucia sotto il sole, è il respiro affannato di una vita ostile, è il lamento flebile di una lotta infernale tra gli assoluti dell’esistenza. A meno di un anno dall’ultima fatica discografica (risale a dicembre 2011 infatti il loro esordio con uno split per le etichette Tarzan Records e Bar La Muerte) Stefania Pedretti in arte ?Alos torna a collaborare con il polistrumentista e sperimentatore italo-basco. Ispirato ai “Madrigali” di Antonin Artaud, “Endimione” mescola stridente ricerca, allucinata poesia e ferocia (dis)umana. Un vinile trasparente fa da palcoscenico a uno spettacolo tetro e viscerale, dove la paura di una sonorità sconosciuta si compensa con una sensazione di assoluta e primitiva libertà. Tremendamente sperimentale, indubbiamente affascinante. Un disco dotato di straordinario magnetismo, e formulatore di una visione innovativa e rivoluzionaria della musica. ?Alos e Iriondo portano avanti una concezione della crudeltà -profondamente artaudiana- che trasforma la parola, i gesti e l’immagine in suono. È un linguaggio fisico e concreto in cui la violenza sui sensi deve avere il sopravvento, e la percezione dell’ascoltatore deve spostarsi anche su qualcosa di magico, di invisibile e di segreto: si arriva ad immaginare una realtà umana sinora impensabile, frutto di urgenza fisica e slancio creativo. Otto vite,otto storie, otto nomi che si stagliano violenti in questo complesso e spietato dipinto sonoro. Si va dalle distorsioni ultrasensoriali e terrificanti di “Georges Gabory”, in cui la voce di ?Alos assume tinte sensualmente orrorifiche ai disturbi ondulati di Robert Mortier, angoscioso e allucinato racconto sostenuto dal timbro rauco e straziato di ?Alos. E se “Marguerite Jamois” si proietta nelle tenebre, altera e sibillina, “Florent Fels” è la terra che si muove sotto i nostri piedi, che ribolle e fa rumore in un urlo disperato e bestiale. Pazzia e feedback farneticanti sembrano essere il comune tappeto sonoro per un disco ossessionato ed elettrico, visceralmente elettrico. “Genica Atanasiou” sembra uscire direttamente da un grammofono che trasuda bollori cosmici, come una lava impazzita e devastante. Iriondo corrode i suoni, li contamina di malattia e sapiente ferocia mentre una ?Alos sempre più lisergica e potente declama antichi dolori, urla il malessere più cupo e gorgheggia poesia maledettamente ipnotica. Il loro è un processo di abilissima decostruzione-ricostruzione sonora che porta a una creatività sperimentale sempre più estrema e fiabescamente perversa. Il malessere, la vena rumorista, l’eccessiva e inquietante acustica che sfiora la cacofonia convivono con momenti neo romantici disegnati da acquarelli impressionisti: fisarmoniche lontanissime, grammofoni graffiati da unghie demoniache e minuscoli campanelli che accompagnano canzoncine francesi fra il soave e l’atroce. “Endimione” è un’idea acuta che si lascia attraversare da deliri, per sfondare i limiti della percezione, per creare una prospettiva diversa. “Endimione” è una creatura piena di incubi fatti del tessuto di una poesia in rivolta contro se stessa, di pensieri e grida dalla potenza schiacciante. Un disco che conficca il chiodo della sua insofferenza nella carne del mondo e lo fa con uno slancio che dimostra la profonda onestà dei suoi autori, affrontando la vita a muso duro, per piegarla alle logiche dell’impossibile. Urge il caos, la terra trema sotto i nostri piedi. Endimione è arrivato.
Distorisioni Romina Baldoni
Torna a stupirci con la sua distorta sperimentazione Xabier Iriondo. Ad aggiungere pathos e consistenza emotiva al suo nuovo progetto c’è Stefania Pedretti, ?Alos, voce graffiante e grinta coriacea già incontrata negli Ovo, nel progetto Allun, ma anche nell’ultimo pregevole lavoro dello stesso Xabier, “Irrintzi”, nel brano The Hammer. E davvero ci viene consegnato un album di grande impatto evocativo e visionario. Costernato di inserti elettronici e distonie che pungolano come lame e schiaffeggiano i nostri sensi, frame e campionamenti che ci riportano indietro nel tempo, fino a riscoprire l’odore acre della terra d’origine, fino a rivedere in un sofferto viaggio a ritroso il nostro cammino esperienziale di affanno e tormento. E’ un vortice che richiede immersione e risucchia l’anima nelle sue spire. Secco, scandito, sferzante. Eppure violentemente coinvolgente, aspramente familiare, amaro e infervorato. Come un ritorno a casa dopo una fuga, come un’ineluttabile constatazione, come una resa sofferta. Suoni cavernosi e opprimenti persi in gocciolanti delay e poi pause raggelanti più cupe dell’ombra a saturare ed enfatizzare attesa e smarrimento. Otto tracce che ci prendono letteralmente a scudisciate lungo un percorso che sembra espiatorio e masochisticamente liberatorio. Scosse elettriche, energia primordiale, ferinità palpitante in Georges Gabory, stille di espressività pneumatica nel declamato Marguerite Jamois in cui il verso e la mimica onomatopeica diventano forma di linguaggio universale e penetrante. L’essenza della crudità e della spietatezza Artaudiana. La glossalia che frantuma il linguaggio per trovare forme di comunicazione che anticipano la parola e la imprimono sotto pelle. Opposizione di durezza (kras) e delicatezza (monis) come nelle danze ritmate e trasmutanti dei balinesi. Catturare il palpito e lo scintillio, la tensione vibrante e il magnetismo che scandisce ogni attimo per ispessire la drammaticità espressiva e comunicativa. Ed in questo si riesce brillantemente. La bramosia e l’impellenza di un sentire amplificato. Tracciare il contorno dei pensieri con passaggi violenti e frenetici, rompendo le righe dell’ordinario. Una grandissima prova di teatralità musicale è incarnata nella voce di ?Alos nella struggente e magistrale Genica Atanasiou. Un omaggio commovente che ci restituisce l’integrità del sentire di Antonin Artaud pur senza aver mai letto un suo passo a aver assistito a nessuna messa in scena dei suoi copioni. Tangibili e viscerali sono il suo senso instancabile di rivolta, il suo tortuoso senso della ricerca. L’estetica di uno dei più grandi e controversi geni del secolo scorso è soddisfatta nel far scorrere emotivamente la sua opera e il suo pensiero senza doverlo motivare. Artaud è raccontato mirabilmente negli opposti che ne riassumono il doppio metaforico: violenza come efficacia, frenesia parossisitica e carnalità come sete, dissacrazione e spietatezza come estremo tentativo di dare volto ai pensieri e renderli tangibili, sofferenza e dolore per incidere la poesia e provare a possedere l’ineluttabile.
The Great Mix Tape Claudia Galal
La musica è di tutti, ma non tutta la musica è per tutti. Questo concetto lo dobbiamo tenere a mente quando stiamo per ascoltare un disco come questo, Endimione, di ?Alos e Xabier Iriondo. Dentro ci sono la poesia e la ferocia, l’eleganza e la durezza, la ricerca e l’istinto. Nella mitologia greca Endimione, bellissimo re di Elide, era lo sposo di Selene, la Luna, e pare che il titolo sia stato ispirato ai due musicisti dai Madrigali di Antonin Artaud, in cui questo personaggio viene citato. Una mezz’ora di musica impegnativa per le orecchie e per la mente, espressione di malessere e sfogo di emozioni, durante la quale sentiamo Iriondo destreggiarsi fra chitarre, elettronica e strumenti auto-costruiti, alcuni non meglio identificati, e ?Alos esplorare tutte le possibilità della sua voce. Grida, sussurra, canta, declama su un tessuto musicale spesso e variegato, un muro rumoroso di distorsioni e feedback che lascia soltanto qualche fessura per respirare. Una dopo l’altra prendono vita alcune straordinarie figure incontrate da Artaud negli anni in cui recitò al teatro e nel cinema. “Georges Gabory”, “Robert Mortier”, “Marguerite Jamois”, “Florente Fels”, “Simone Dulac”, “Genica Atanasiou”, “Charles Dullin”: ognuno di loro è un corpo e un volto e un’atmosfera, diversi l’uno dall’altro e legati fra loro dall’ombra del grande autore, regista e attore francese. A chiudere è la strumentale “Cruel Restaurant”, dove forse questi personaggi si riuniscono per salutare l’ascoltatore, affaticato ma arricchito da questi incontri sovrannaturali eppure così concreti.