Cagna Schiumante

Giovedì, 1 Maggio, 2014
LP
16 tracks
Tannen

Recensioni

Ocanera Rock Alessandra Annibali
“La geometria del disordine” Non è uno spettacolo qualunque quello al quale ci apprestiamo ad assistere in pochi, troppo pochi, all’INIT un giovedì sera dall’aria indecisa, sospesa nel mezzo di una primavera che è tutta due passi avanti e cinque indietro. Muovere i pur necessari passi avanti spetta a noi, prima sparsi ai lati della sala rettangolare, al momento di raccoglierci sotto palco quando finalmente si palesano Xabier Iriondo, Stefano Pilia e Roberto Bertacchini. Il silenzio, oramai quasi tensione data l’attesa e lo sparuto gruppo di persone, è spezzato dall’incipit di Un uomo senza braccia, prima traccia del loro album d’esordio, che ci strattona senza preavviso e senza troppi giri in una dimensione surreale e lucidamente disperata, dove la parola nichilismo domina crudele. I gesti meccanici di Iriondo, la tensione di tutto il suo corpo ben sottolineano che qui si sta compiendo un’impresa, si sta ingaggiando una sfida: raccattare pezzi di senso scomposti e ri-comporli. Questi supereroi della devastazione infliggono senza pietà ai coraggiosi spettatori “ri-composizioni” disturbanti permeate, tuttavia, da un’auto-ironia che è salvezza e adulto distacco. Ed ecco, quindi, Ciò che è importante, un’incontrovertibile sfilacciatura con una speranza di ricucitura affidata al “cantato” di Bertacchini, il virgolettato a esprimere che siamo di fronte a un avant-rock anticonvenzionale fino all’osso, una sperimentazione eroica che rifiuta ogni limitazione e ricicla scorie e spazzatura di significati, un tempo assi portanti di un uni-verso entro il quale muoversi con passi relativamente saldi. Non mancano i richiami rock e blues affidati soprattutto alla chitarra di Stefano Pilia che, negli scambi di “assoli” (il virgolettato ritorna) con Iriondo, in È respirare e Come un cane che annusa il vento, introduce fraseggi vagheggianti un virtuosismo che sorprende in questo contesto, ma che contribuisce a surriscaldare finalmente l’atmosfera traducendosi in sorridente intesa tra i due.Il set ripercorre le tracce dell’album fino ad arrivare a A Edoardo il monco (una sorta reprise del brano di apertura) in cui, di nuovo, le movenze geometriche e forzatamente meccaniche di Iriondo si contrappongono ai salti di Pilia forsennati e asincroni (anch’essi) in puro stile punk: solo che del punk non c’è nemmeno più l’ombra. E non è forse un caso che a seguire arriva proprio l’ossessiva Camminando in un deserto post-punk, straniante farewell al punk, perfetto elogio funebre, che ci risucchia in un deserto di cui siamo oramai prigionieri senza nemmeno una borraccia. Come attirati in un miraggio, dunque, ascoltiamo ipnotizzati Credi davvero, in cui il cantato si fa quasi vagito, voglia di rinascita, seguita da Che la civiltà e Ti sembrerà normale.Nella prima di questa chiusura di set il trio ci illude preludendo a una pseudo-ballata con ammiccante arpeggio, al quale fa immediatamente da contraltare, a negare ogni speranza di quadratura del caos, una voce blaterante: non c’è tregua in questo deserto né posto per una goccia d’acqua. Ce ne torniamo a casa con l’arsura e col dubbio che forse non basterà più un semplice bicchiere d’acqua a dissetarci, anche e soprattutto perché siamo stati spettatori di una performance impeccabilmente folle.
Mag Music Gustavo Tagliaferri
Non un semplice scambio di insegnamenti, tipico di colleghi spesso avvezzi a ricambiare i favori compiuti all’interno dell’opera in studio o nel corso di svariate date dal vivo, ma la necessità di continuare, alla luce delle proprie condizioni, quanto già espresso in precedenza su binari diversi. Cagna Schiumante è un mostro di Frankenstein il cui occhio è rivolto al mondo con la stessa intensità delle chitarre di Xabier Iriondo (Afterhours, Six Minute War Madness) e Stefano Pilia (Massimo Volume, In Zaire) e della voce e batteria di Roberto Bertacchini (Starfuckers). Cagna Schiumante manifesta la propria indole senza mezzi termini: smonta, rompe, sfracella e contemporaneamente crea, assembla, incastra, alla luce di un drumming scollegato, snaturato e proprio per questo mai fine a stesso, tra richiami alla lezione della band madre di chi opera (Ciò che è importante, E non smettere di pensare) e concezioni di ritmiche matematiche e siderurgiche (È respirare, Per raggiungere correndo e ansimando), riverberi di matrice noise (Come un cane che annusa il vento) e post-rock (Dopo la tempesta, A Edoardo il monco), affondo a piene mani e conseguente destrutturazione dell’hard rock degli anni ’70 (Camminando in un deserto post-punk), se non addirittura degli Area più cervellotici (Ti sembrerà normale e l’evidente richiamo a “Maledetti (Maudits)”), e, al centro di tutto, una performance vocale fuori dagli schemi, una prova di canto che è tutto e il contrario di tutto, quella di Bertacchini. Lirica (La breve estate dell’anarchia, la title track), salmodica (La mente opaca confusa si accende), sussurrata, ectoplasmatica (Da urlo), strozzata, prossimo alla perdita della parola, in un passaggio da vocalizzi e fonemi ad idiomi sconosciuti (Credi davvero, Che la civiltà). Tutto regolare, tutto come previsto, nulla compiuto tanto per. L’avant-rock, del resto, lo prevede. Un disco duro, salivante come la creatura a cui i tre responsabili devono tutto e proprio per questo degno di considerazione, sperando non rimanga un semplice caso a parte.
Sands Zine Etero Genio
"A breve vedrà la luce anche un disco registrato da Bertacchini, me e Stefano Pilia, un nuovo progetto che si chiama Cagna Schiumante". Queste parole, dette da Xabier Iriondo in un’intervista rilasciata a sands-zine, avevano messo in subbuglio la mia fantasia. Finalmente ecco che il disco (rigidamente in vinile) plana sul mio piatto e il risultato dell’ascolto, in barba allo sperato relax, sta in un’ulteriore lievitazione del mio turbamento. “Cagna schiumante” è infatti una raccolta di canzoni molto inquietanti, a partire dal nome che i tre protagonisti hanno inteso dare a questo loro progetto e al disco stesso. «Ostrega!», direte voi, «conoscendo il nome dei tre ceffi coinvolti nella faccenda cosa t’aspettavi». Innanzi tutto, rispondo, non sempre i tre ceffi sanno esprimere al massimo grado, come fanno in questa occasione, il loro lato più maligno. In secondo luogo i tre sono in realtà quattro - seppure il quarto proprio ceffo non sia dacché gli manca la barba - dal momento che la paroliera Valentina Chiappini andrebbe intesa come parte integrante del gruppo (alla maniera di Peter Sinfield nei primi King Crimson), e i testi (tutti suoi, ad esclusione di tre che escono dalla penna di Roberto Bertacchini e di una citazione da Allen Ginsberg) contribuiscono non poco a tenere elevato il livello di tormento emanato dai solchi di questo LP. Gli stessi titoli dei brani, se letti consecutivamente, hanno l’aspetto non so quanto voluto di ermetica poesia: «Un uomo senza braccia» «Ciò che è importante «è respirare «come un cane che annusa il vento «dopo la tempesta «per raggiungere correndo e ansimando «la breve estate dell’anarchia «e non smettere di pensare «A Edoardo il Monco «la mente opaca confusa si accende «camminando in un deserto post-punk «da urlo «credi davvero «che la civiltà «ti sembrerà normale «cagna schiumante». La voce salmodiante da muezzin di Bertacchini contribuisce poi non poco ad aumentare la tensione emotiva e il senso di straniamento. D’altra parte la particolare tecnica elaborata alla batteria dallo stesso Bertacchini, con ovvi richiami a quello che è stato il microcosmo starfuckersiano, crea frantumazione e insicurezza rispetto alla direzione che verrà intrapresa ad ogni successivo frangente. A (s)bilanciare ogni rimanenza d’equilibrismo ci pensa poi, con metodico sadismo, l’asse chitarristico Iriondo – Pilia, da una parte il primo con il suo suono più frammentato, grumoso e noise e dall’altra Stefano ‘Superstar’ con la sua attitudine più classicamente blues e con le sue sonorità più lisce che tendono a decomprimersi (ma sull’attribuzione delle varie parti ai due chitarristi non vorrei però aver preso una cantonata). “Cagna schiumante” è un disco che potrà anche non piacervi, se siete fan dei Dire Straits è certo che no, ma una cosa è sicura: non vi lascerà indifferenti.